Di Clotilde Villeri, resp. Formulazione e sviluppo prodotto (da “L’Avvenire Agricolo” 2º semestre 2025, pp. 26-29)
La fibra rappresenta un elemento centrale nella nutrizione della vacca da latte poiché sostiene la salute del rumine, regola l’ingestione e contribuisce alla stabilità metabolica dell’animale. L’efficacia della fibra dipende da caratteristiche fisiche, chimiche e fermentative che ne determinano la reale utilità nutrizionale. Da un lato la fibra esercita una funzione meccanica e fisica, stimolando la masticazione, la produzione di saliva e la motilità ruminale; dall’altro svolge un ruolo energetico, poiché funge da substrato fermentescibile per i batteri fibrolitici come Ruminococcus flavefaciens, Fibrobacter succinogenes e Butyrivibrio fibrisolvens.
La moderna nutrizione dei ruminanti distingue la fibra in base alla sua effettiva degradabilità, superando l’idea di un unico valore di riferimento. Si separa così la frazione digeribile (dNDF), che rappresenta la quota realmente utilizzabile come fonte di energia, dalla frazione indegradabile (uNDF), che permane più a lungo nel tratto digerente esercitando un ruolo prevalentemente fisico. La sola quantificazione dell’NDF totale, infatti, non è più sufficiente a descrivere il comportamento della fibra nel rumine: è la sua composizione interna a condizionare la cinetica di fermentazione e la stabilità ruminale.
In questo contesto, i foraggi rappresentano ancora oggi la principale fonte di fibra strutturata. Essi forniscono la cosiddetta fibra fisicamente efficace (peNDF), indispensabile per sostenere la ruminazione, aumentare il tampone salivare e prevenire forme di acidosi subclinica. La fibra foraggera contribuisce inoltre alla stabilità delle fermentazioni modulando la velocità di degradazione dell’amido e favorendo lo sviluppo di una flora cellulolitica efficiente. Tuttavia, la qualità dei foraggi è molto variabile e dipende da fattori come lo stadio di maturazione alla raccolta, le condizioni ambientali e le tecniche di conservazione. Foraggi troppo lignificati o caratterizzati da una bassa digeribilità della fibra possono ridurre l’ingestione di sostanza secca, limitare la produzione e abbassare la densità energetica della razione. Per questo è fondamentale monitorare non solo la quantità di fibra, ma anche la sua effettiva digeribilità e la quota indegradabile che regola il tempo di permanenza del bolo nel rumine.
Quando la disponibilità o la qualità dei foraggi risulta insufficiente, entrano in gioco le fonti fibrose non foraggere. Questi ingredienti, come polpe di bietola, buccette di soia e crusche, rappresentano strumenti formulativi utili per modulare la fibra totale della razione senza compromettere l’ingestione. A differenza dei foraggi, spesso presentano una densità energetica più elevata una minore capacità di riempimento e una maggiore digeribilità della frazione fibrosa. Questo le rende particolarmente adatte alle diete destinate a vacche ad alta produzione o alle razioni ad elevata presenza di amido, dove è necessario contenere i picchi fermentativi e mantenere un buon equilibrio ruminale.
Tra i componenti più interessanti delle fonti fibrose non foraggere spiccano le pectine, carboidrati strutturali altamente fermentescibili con un comportamento ruminale molto diverso da quello dell’amido. Le pectine fermentano rapidamente ma senza produrre acido lattico, generando profili di acidi grassi volatili più stabili e meno acidogeni. Hanno inoltre una digeribilità elevata e forniscono energia fermentescibile senza ridurre l’ingestione, risultando particolarmente utili nelle razioni ricche di mais o di amidi rapidamente degradabili.
Le pectine possiedono proprietà fisiche peculiari che influenzano positivamente la struttura del contenuto ruminale. Sono in grado di formare gel attraverso il cosiddetto “egg-box model”, intrappolando acqua e gas di fermentazione e aumentando la galleggiabilità delle particelle nel mat ruminale. Hanno una notevole capacità di ritenzione idrica, che rende la massa fibrosa più coesa, e liberano frammenti molecolari che funzionano come un vero e proprio collante naturale tra le particelle di cellulosa ed emicellulosa. Aumentano inoltre la viscosità del fluido ruminale, rallentando la sedimentazione delle particelle fini e contribuendo a una migliore stratificazione del contenuto. Grazie alle loro proprietà tensioattive stabilizzano le microbolle prodotte dalla fermentazione, contribuendo ulteriormente alla stabilità del mat. Le interazioni sinergiche con lignina e proteine vegetali o microbiche rinforzano la struttura del mat, rendendolo più resistente alle contrazioni ruminali e più adeguato a sostenere fermentazioni regolari. Dal punto di vista pratico, le pectine migliorano la stabilità del pH post-ingestione, sostengono la flora cellulolitica e favoriscono una fermentazione più omogenea, contribuendo a una migliore ingestione e a un apporto energetico più regolare.
Le moderne tecnologie applicate alla nutrizione zootecnica consentono oggi di potenziare ulteriormente il valore delle fonti fibrose non foraggere. CAI Nutrizione utilizza processi di bioingegneria nutrizionale (trattamenti termo-meccanici) che trasformano le materie prime in ingredienti più biodisponibili, modificandone la struttura, cambia il profilo di fermentativo e migliora la disponibilità energetica.
Grazie a questi processi il valore nutrizionale può aumentare anche del 20–40% rispetto alla materia prima non trattata, migliorando la digeribilità, l’energia metabolizzabile e la stabilità fermentativa della razione.
L’impiego delle fonti fibrose non foraggere, soprattutto se valorizzate da tecnologie avanzate, rappresenta oggi un approccio innovativo per migliorare l’efficienza fermentativa della razione, sostenere la digeribilità della fibra e prevenire disordini metabolici nelle vacche ad alta produzione. Questi ingredienti non sostituiscono il ruolo insostituibile dei foraggi strutturati, ma ne rappresentano un complemento strategico, utile a costruire razioni più stabili, più efficaci e meglio adattate alle esigenze della moderna zootecnia da latte.